Beyerlin - Club dei NatiScalzi

Vai ai contenuti
 

Gabriele Beyerlein

Impressioni suscitate dalla lettura del romanzo:
La dea nella pietra
(Titolo originale: Die Göttin im Stein)


Questo romanzo dal sapore “fantasy”, di fatto ispirato dalla situazione storica che dominava il nord del continente europeo nel 3° millennio a.C., quando cioè le popolazioni autoctone contadine che ci hanno preceduto sono state invase, conquistate e soggiogate dagli indoeuropei, contiene due esempi di scalzismo molto significativi. Naki, la giovane bellissima contadina del popolo antico eletta concubina da Lykos, signore dei bellicosi e spietati figli del Cielo, si presenta a piedi nudi alla corte di quest’ultimo per supplicare Moria, sua legittima moglie, a restituirle il figlio neonato che Lykos le aveva strappato per farlo crescere in modo degno alla sua effettiva condizione, motivando il gesto con il semplice fatto di essere lui il padre dei piccolo. Nel modo in cui descrive lo scalzismo di Naki, la scrittrice mette in evidenza due aspetti: la miseria delle condizioni in cui il popolo di appartenenza di Naki è costretto a vivere, vale a dire privo cioè di libertà e costretto a subire la dominazione dei Figli del Cielo, belligeranti e spietati, che ne ingravidano le donne per aumentare la propria stirpe scegliendo e ripudiando le concubine come se fossero utensili “usa e getta”; la naturalezza del fatto che un figlio non ancora svezzato non può essere separato dalla madre, semmai dal padre, ma non da chi lo allatta, in quanto indispensabile per il suo sostentamento.
Se inizialmente Moria prova rabbia e tristezza nel trovarsi davanti la donna con cui doveva dividere il marito che amava moltissimo, cambierà atteggiamento quando Naki, donandole la pietra d’ambra della dea della vita e fecondità cui è devota nei delicatissimi momenti che Moria attraverserà durante il difficilissimo parto sua figlia Ria e facendo quindi da balia a quest’ultima, salverà la vita a madre e figlia. Per “sdebitarsi” dalla grazia ricevuta, Moria accetterà quindi spontaneamente l’invito delle contadine a partecipare al rituale delle Danze di Primavera, in cui le donne del popolo antico per diverse notti danzano in onore della loro dea. Nella sua descrizione la scrittrice accentua la sensazioni di orgoglio e liberazione provate da Moria mentre danzava a piedi nudi ripetendo i movimenti sciolti delle altre donne, divenendo come loro e insieme a loro parte integrante di quel panismo cosmico al centro del rituale.
Un modo di librarsi nell’universo attraverso il contatto diretto dei piedi scalzi sul suolo!

 




Torna ai contenuti